Ultimo aggiornamento: 15.12.19

 

Adottare un amico a quattro zampe è sempre una gioia, ma non sempre le condizioni dei canili agevolano la vita di questi animali. Approfondiamo oggi la tematica della depressione in queste strutture e illustriamo alcune problematiche a essa legate.

 

Gli studi sugli animali si estendono in senso sempre più ampio, andando a toccare tematiche relative anche alla loro psiche, per quanto non sia cosa semplice. Le realtà dei canili, in questo senso, costituiscono un ottimo terreno di indagine, perché sono specchio di un mondo spesso nascosto, che è sì in grado di dare accoglienza ai cani senza famiglia, ma anche di mettere a tacere alcune verità che gli studiosi, i volontari, gli istruttori cinofili vogliono indagare più approfonditamente. 

In particolare, affrontiamo insieme la tematica della depressione nei canili, una questione spesso sottovalutata, ma assolutamente centrale per trattare quella che è la realtà di questi luoghi e le problematiche che li caratterizzano.

 

La depressione nel cane

Può sembrare strano affrontare un tema di questo tipo, così complesso anche negli esseri umani. Si tratta infatti di una problematica difficile da diagnosticare, ma di ampia diffusione. Un cane diventa depresso innanzitutto quando è sradicato dalla sua realtà familiare e collocato all’interno di una struttura di accoglienza che, nella maggior parte dei casi, possiede box e celle in cui l’animale è costretto a stare per giorni interi. 

Le difficoltà di questi centri sono essenzialmente legate al sovraffolamento e alla mancanza di personale e di risorse ed è proprio in queste circostanze che gli animali possono sviluppare alcuni sintomi, inizialmente attribuibili al cambio di locazione e successivamente contestualizzabili all’interno di una patologia più complessa quale è quella della depressione.

Un cane depresso è generalmente quasi immobile, non mangia, fissa il vuoto e non risponde a nessun tipo di richiamo. Soffre della mancanza di abitudini e dell’assenza delle persone con cui è cresciuto e con cui era solito condividere il suo tempo. 

Ma questi sono solo alcuni dei sintomi che possono essere un campanello di allarme per un caso di depressione: esempi più gravi riportano anche altri segni e altre abitudini, come quella di provocarsi ferite, mordere le sbarre della cella o muoversi come a formare un cerchio in maniera continua. 

Ogni cane ha il suo modo di manifestare un disagio psicologico di questo tipo e molte delle differenze dipendono dalla caratteristiche del cane stesso, dalle abitudini pregresse e da quelle acquisite all’interno del canile.

 

 

Come trattare la depressione nel cane

La cosa migliore sarebbe ovviamente quella di evitare il più possibile che si creino situazioni del genere, prevenendo in tutti i modi i casi di abbandono o rivolgendosi, se necessario, a strutture competenti che non abbiano difficoltà nell’accoglienza e nella gestione dignitosa di un animale. Questo non è sempre semplice ovviamente e rientra comunque all’interno di questioni più ampie di cui non possiamo occuparci in questa sede.

Una volta diagnosticato un problema di questo tipo, o ipotizzato l’insorgenza di tale patologia, i responsabili della struttura devono necessariamente rivolgersi a personale competente, che sappia come far fronte a questo tipo di difficoltà.

La cosa che più fa soffrire un cane depresso è probabilmente la mancanza di abitudini regolari e di una routine che solitamente condivideva con i suoi padroni. Può essere utile quindi inserire, all’interno della sua giornata, delle tappe che lui farà sue e che lo aiuteranno nel riacquisire la giusta vitalità. 

I cani infatti hanno un gran senso del tempo e possono trovare nuova motivazione conoscendo gli step che li attendono durante il giorno: una passeggiata, la pulizia, l’ora del cibo e così via. Certamente è molto importante il contatto umano: per quanto la struttura possa infatti possedere il miglior box per cani, niente farà felice l’animale come il passeggiare all’aria aperta e come trascorrere del tempo con una persona. 

Gli esperti consigliano infatti di soffermarsi, al termine dell’uscita, coccolando o semplicemente condividendo del tempo con il cane per alcuni minuti, in modo che diventi anche questa una fase della sua routine quotidiana.

Bisogna però evitare che l’animale prenda eccessiva confidenza con l’istruttore, legando in maniera forte e mostrando tanta eccitazione nel vederlo arrivare: il mancato arrivo o il cambio di personale improvviso potrebbero infatti suscitare nuovamente sensazioni negative.

Un altro metodo che gli esperti suggeriscono, ma che non sempre si adatta a tutte le tipologie di cane, è quella del box condiviso. Può accadere infatti che il senso di solitudine che provano possa essere alleviato dalla compagnia di altri suoi simili e dalla possibilità di condividere con essi il proprio tempo e il proprio spazio. 

Non sempre però si rivela un’opzione vincente, perché i cani abituati da tempo alla presenza dell’essere umano e non abituati invece alla presenza di un loro simile, possono reagire in maniera totalmente opposta, o aumentando l’immobilità e l’apatia, o manifestando palese malessere dovuto proprio alla presenza dell’altro esemplare.

 

 

Influenze

Gli studi mostrano come certe razze e certe età del cane possano influire sulla tendenza o meno a sviluppare una patologia di questo tipo. Sicuramente, un cane anziano che ha passato l’intera vita in compagnia di una famiglia e che si trova adesso all’interno di una struttura organizzata, di un box e in completa solitudine, soffrirà particolarmente queste mancanze e sarà più portato a sviluppare sentimenti negativi, vista la sua incapacità di adattarsi a una nuova situazione. 

I sintomi che saranno più probabilmente osservabili sono quelli dell’immobilità, della mancanza di fame, della totale indifferenza davanti a richiami. Si osservano invece altri segni come l’autolesionismo o il movimento incontrollato del corpo, su razze come il Pitbull o gli AmStaff, che sfogano la loro solitudine liberando al massimo la loro energia, in maniera purtroppo quasi sempre negativa.

Non è facile comunque identificare quali sono i fattori che influiscono particolarmente sulla tendenza o meno a sviluppare un disagio di questo tipo: si tratta infatti di una patologia molto complessa, anche nel caso dell’uomo, e che nei cani assume sfumature molto sottili e di difficile comprensione. È importante dunque far luce su questi temi e lavorare sempre al miglioramento delle strutture di accoglienza, in modo che queste e le altre problematiche presenti non costituiscano più un limite.